Il burro è uno degli ingredienti più antichi e diffusi della cucina mondiale, eppure pochi sanno davvero da dove viene il suo nome e chi fu il primo a trasformarlo in quell’emulsione dorata che usiamo ogni giorno. La risposta, sorprendentemente, non è italiana — e la storia che si nasconde dietro questa parola è molto più affascinante di quanto ci si aspetti.
L’origine del nome “burro”
La parola burro deriva dal latino tardo butyrum, che a sua volta viene dal greco boutyron. Questo termine è composto da due parole greche: bous (bue, vacca) e tyros (formaggio). Tradotto letteralmente, burro significa qualcosa come “formaggio di vacca” — una definizione che oggi potrebbe sembrare imprecisa, ma che rispecchia perfettamente come i Greci antichi percepivano questo prodotto: una derivazione del latte lavorato, simile concettualmente al formaggio. Non un alimento nobile, anzi: per i Greci e i Romani il burro era considerato cibo da barbari, usato dai popoli del Nord Europa che non avevano accesso all’olio d’oliva.
Chi ha inventato il burro?
Le origini del burro si perdono nella preistoria. Le prime tracce documentate risalgono a circa 10.000 anni fa, in corrispondenza della domesticazione degli animali da latte in Asia centrale e in Africa orientale. Si ritiene che la scoperta sia avvenuta per caso: il latte trasportato in otri di pelle animale, a causa del movimento e della temperatura, si separava in grasso e siero, formando spontaneamente una sostanza semisolida. Un incidente fortunato, insomma.
Una delle testimonianze più antiche è il cosiddetto “fregio del burro”, un bassorilievo sumero risalente al 2500 a.C. circa, rinvenuto nell’odierno Iraq, che mostra chiaramente la lavorazione del latte per ottenere burro. In India, la tradizione del ghee — burro chiarificato — è ancora più radicata: i testi vedici ne parlano già nel 1500 a.C., attribuendogli proprietà sacre e medicinali.
Il burro in Europa: da alimento dei barbari a protagonista della cucina
Nel Medioevo europeo qualcosa cambiò radicalmente. Con la diffusione dell’allevamento bovino nelle regioni del Nord e del Centro Europa — dove l’ulivo semplicemente non cresceva — il burro divenne la principale fonte di grasso alimentare. Francia, Fiandre e Germania ne fecero un simbolo gastronomico, usandolo non solo in cucina ma anche come merce di scambio e persino come offerta religiosa.
Curiosamente, nel Medioevo esistevano delle “tasse sul burro” e la Chiesa cattolica ne vietava il consumo durante la Quaresima — a meno di non pagare un’indulgenza apposita. A Rouen, in Francia, la cosiddetta Tour de Beurre della cattedrale fu finanziata proprio con i proventi di queste dispense papali. Il burro, insomma, era già allora una questione seria.
Perché in Italia si dice burro e non “buttiro”?
In alcune zone del Sud Italia, specialmente in Calabria e Campania, sopravvive ancora oggi il termine “butirro” o “butirri”, molto più vicino al latino originale. Il burro del Nord Italia invece ha seguito l’evoluzione linguistica padana, semplificando il termine. Ancora oggi il butirro calabrese è un formaggio a pasta filata con un cuore di burro all’interno — un prodotto che porta nel nome e nella forma una memoria gastronomica di secoli.
Una parola semplice, quattro lettere, migliaia di anni di storia e almeno due civiltà che si contendono il merito di averlo scoperto. Non male per qualcosa che di solito usiamo solo per non fare attaccare le uova alla padella.
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